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Piol: “L’informatica italiana rovinata dalla politica”

C' era una volta la grande informatica italiana, rappresentata dai due colossi Olivetti e Italsiel, progenitrice di Finsiel, che oggi si appresta a passare di mano da Telecom Italia al gruppo Cos dell' imprenditore romano Alberto Tripi: un passaggio importante per un settore ormai sull' orlo della crisi di nervi. Ma qual è il quadro in cui si consuma questa svolta? «Dopo la crisi di Olivetti, purtroppo dell' informatica italiana è rimasto ben poco», commenta Elserino Piol, uno dei pionieri dell' elettronica nostrana e del venture capital nel settore hi-tech, autore di un libro dal titolo emblematico, Il sogno di un' impresa, dedicato alla parabola di Ivrea. «Anzi – aggiunge Piol – si può dire che nell' hardware non sia rimasto proprio niente». Nel software e nei sistemi, invece, sopravvive un esercito di 13-15 mila imprese, soprattutto distributori, integratori e piccole software house. Ma di realtà strutturate, con un numero di addetti sufficiente a fare innovazione in proprio, anche qui resta poco. A parte Finsiel (4 mila addetti), Engineering (3 mila), Elsag (2.800) e Datamat (1.750), tutti gli altri gruppi medio-grandi hanno ceduto il passo alle multinazionali estere, come Ibm, Eds, Sap, Siemens e naturalmente Getronics, che si porta dentro quanto resta di Olivetti. Il 2004, in particolare, è stato un annus horribilis per il settore: da Finmatica, recentemente fallita, a Finmek, passando per Oli.it, le amministrazioni controllate non si contano. Sotto il profilo dell' occupazione, questo significa un' emorragia continua di posti di lavoro. Non a caso l' Italia si colloca al quart' ultimo posto in Europa, con il 3,9%, per numero di addetti del settore «It» sul totale della forza lavoro, contro una media europea del 5,5% e contro il 9% della Svezia, l' 8,5% della Danimarca, il 7% dell' Olanda. Solo Spagna, Portogallo e Grecia vengono dopo di noi. E l' emorragia di posti di lavoro continua: nel 2005, infatti, si va incontro a un taglio del 2% alle spese della pubblica amministrazione, previsto nella Finanziaria, che si rifletterà immediatamente sulla spesa informatica. «L' industria informatica italiana – spiega Piol – è troppo legata alle commesse pubbliche, è rimasta ancorata al vecchio sistema monopolistico, in cui il rapporto con il mondo politico era più importante della competitività. Ma con l' avvento delle gare pubbliche le cose cambiano. Come si spiega la crescita di Accenture, Cap Gemini o Eds, che in pochi anni sono diventate dei colossi? Hanno riempito il vuoto lasciato dalle aziende nostrane». Ora che Finsiel è stata rilevata dal gruppo Cos di Alberto Tripi, che l' ha sottratta all' abbraccio di Accenture, si potrebbe sperare in un' inversione di tendenza… «Certo è sempre meglio che sia rimasta in mano italiana piuttosto che diventare una divisione di Accenture – commenta Piol – ma bisogna vedere quali saranno le linee di sviluppo. Se si tratta semplicemente di darle una risistemata per portarla in Borsa è un conto, se invece si riesce ad attirare un nuovo management e a renderla competitiva, la sfida si fa interessante». Per Piol il caso Finsiel non è un discorso nuovo: era vicepresidente e direttore operativo del gruppo Olivetti quando nel 1992 la società passò dall' Iri alla Stet, invece che fondersi con Olivetti come lui aveva caldeggiato per anni. «Cedendo Finsiel alla Stet – ricorda Piol – vennero risolti i problemi finanziari, ma finì in un gruppo che si occupava di un business del tutto estraneo, dove fu marginalizzata fin dall' inizio, progressivamente subordinata al management di Telecom e fortemente demotivata. Tant' è vero che allora Finsiel costò alla Stet 750 miliardi di lire, mentre ora vale molto meno». La fusione con Olivetti, che allora era nella top ten mondiale dell' informatica (alla fine degli anni' 80 aveva addirittura superato Siemens), avrebbe creato una potenza informatica italiana di primo piano sul panorama globale. «Ma una fusione pubblico-privato di quelle dimensioni avrebbe comportato una gestione del personale e delle risorse molto diversa – sottolinea Piol – e i politici che si sono messi di mezzo lo sapevano. Finsiel non avrebbe più potuto servire per assumere i figli dei ministri o dei sottosegretari». La crisi di Ivrea, però, non dipese solo dalla politica, ma anche dagli assalti di Carlo De Benedetti alla Société Générale de Belgique o alla Mondadori … «Le difficoltà di Olivetti – specifica Piol – come di tutte le altre aziende del settore in quel periodo, derivarono dalla progressiva riduzione dei margini. Per limitare lo strapotere dell' Ibm, infatti, negli anni Ottanta tutti noi produttori cominciammo a supportare standard alternativi, così il baricentro dell' industria informatica su spostò verso sistemi aperti che costavano di meno. Questo mise molto in difficoltà Ibm ma anche il resto del settore ne soffrì, perché sotto l' ombrello dei margini Ibm (oltre il 50%), in fondo si lavorava comodi. All' improvviso, nell' 89, i margini per i pc scesero anche sotto il 20% e i contraccolpi sui bilanci furono disastrosi. Per questo Olivetti si spostò verso le telecomunicazioni». Ma l' operazione Omnitel e Infostrada, con la successiva scalata a Telecom, finì per spazzare via il resto. «Non sarei però pessimista sul destino dell' informatica italiana – dice Piol -. Nuovi treni per l' innovazione sono pronti a partire: basta salirci sopra. Stm, Pirelli e Finmeccanica stanno lì a dimostrarlo. L' Italia dovrebbe adottare un politica tecnologica verticale, cioè mirata alle principali aree d' innovazione, come ad esempio il Wi-Fi o il WiMax. L' importante è non piegarsi ai desiderata degli incumbent, che hanno interesse a ritardare l' ingresso nel mercato di queste innovazioni dirompenti».

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