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Operatori telefonici contro Internet providers

Per il riassetto di Telecom Italia si augura l' ingresso di azionisti lungimiranti, al governo rivolge la critica di prendere provvedimenti che alla fine rischiano di ritorcersi contro i cittadini. Elserino Piol, pioniere della concorrenza nelle telecomunicazioni, non risparmia critiche a nessuno. I soggetti interessati a Telecom Italia ormai sono una miriade, dai partner stranieri, industriali o finanziari, agli italiani, da César Alierta a Roberto Colaninno, da Intesa SanPaolo a Deutsche Bank. Su quale scommette? «Il problema non è chi, ma come. Chiunque decida d' investire i propri soldi in Olimpia, deve mettersi calmo e guardare al lungo periodo: se si continua a spremere il limone come si è fatto finora, si rischia di farlo seccare». Piol, partito giovanissimo subito dopo la guerra da un paesino del Bellunese per fare l' operaio in Olivetti, dove ha anche perso due dita al tornio, si è fatto largo in fretta a Ivrea e ha giocato un ruolo chiave nell' apertura del mercato delle telecomunicazioni, disegnando le strategie di Carlo De Benedetti nel settore, come primo presidente sia di Omnitel che di Infostrada. Da quando è uscito da Olivetti come vicepresidente, nel ' 96, si occupa a tempo pieno di venture capital sui versanti più innovativi, con la sua Pino Partecipazioni. Ora, dopo il passaggio delle consegne in Elitel, si gode una meritata vacanza. Ma è già pronto per nuove battaglie. Qual è il fronte più caldo? «Le compagnie telefoniche vanno incontro alla concorrenza sempre più agguerrita delle Internet company, che stanno convergendo sulla telefonia, e dovranno affrontare grossi investimenti nella banda larga per competere in maniera efficace: se Telecom Italia sarà costretta a incanalare i suoi utili nelle tasche degli azionisti per far fronte alla loro pesante situazione debitoria, come sta facendo adesso, dove andrà a recuperare le risorse finanziarie per investire nella banda larga?» Potrebbe vendere i gioielli che ha in Brasile o in Germania per finanziare i nuovi investimenti. «Ma sarebbe una follia: l' internazionalizzazione è indispensabile per crescere e andrebbe semmai ampliata, non tagliata». Niente di meglio dell' ingresso di un partner estero, allora? «Dipende: se il partner è interessato solo alle operazioni estere piuttosto che alla compagnia nel suo complesso, come Telefonica, si rischia di fare un buco nell' acqua». E quindi? «Paradossalmente, meglio un partner pronto a impegnarsi pesantemente in prima persona che una partecipazione marginale: tra un partner straniero che entra al 20%, condizionando comunque la strategia, e un altro che vuole fondersi, sarebbe preferibile il secondo». Scenari ipotetici… «Ipotetici ma importanti per capire qual è la discriminante di fondo. Sostituire gli azionisti senza cambiare la strategia non servirà a nulla: finché dovrà farsi carico del debito di Olimpia, Telecom Italia combatterà la sua battaglia con un braccio legato dietro la schiena. Per ovviare a questo problema, chiunque entri nell' azionariato deve avere un orizzonte di lungo periodo. Un fondo di private equity, ad esempio, potrebbe andare benissimo. O un altro player disposto a impegnarsi a fondo sul lungo periodo. Gli attori di questa commedia devono prendere atto della grande ebollizione cui sta andando incontro il mercato». Le sembra che l' ex monopolista non sappia difendersi da solo? «Telecom Italia è un' azienda sana, non tanto diversa dagli altri player europei, ma ha un grosso handicap: il debito di Olimpia. Deve poter combattere senza handicap. Solo così potrà diventare il nuovo polo di aggregazione delle tecnologie portanti per il Paese. Dopo la scomparsa di Olivetti non c' è più nessuno che svolga questo ruolo, di driver per l' innovazione e lo sviluppo. E si vede». Cioè? «L' Italia manca di centri tecnologici. Manca di centri di sviluppo di sistemi. Se solo le piccole e medie imprese potessero accedere al database di Telecom Italia per comprare software on demand su alcune applicazioni, tanto per fare un esempio, questo metterebbe in moto un circolo virtuoso di non poco conto. Anche le altre compagnie, alla lunga, cercherebbero di sfruttare questo mercato, mettendo in circolazione nel Paese una ricchezza tecnologica di grande valore». Ma il governo sta lì apposta per mettere in moto circoli virtuosi di questo tipo. O no? «Al governo manca completamente la consapevolezza dello scenario competitivo. Sembra quasi che chi agisce sul fronte delle tlc non abbia presente il panorama complessivo di mercato». Faccia un esempio. «Prendiamo il taglio ai costi di ricarica. In pratica si tratta di un intervento governativo sulla composizione delle tariffe, che non darà certamente una spinta alla concorrenza, ma semmai il contrario: compagnie come Wind o 3 rischiano di essere spazzate via da queste restrizioni. Se non ci saranno abbastanza risorse per sviluppare la banda larga, la concorrenza rischia di essere penalizzata. Così, alla lunga finiremo per ottenere l' effetto contrario: invece di scendere, le tariffe saliranno». E la portabilità del numero? «Anche qui, non bisogna limitarsi a vedere solo i due grandi protagonisti in campo, Vodafone e Telecom Italia: quali saranno gli effetti di questa limitazione, alla lunga, sugli operatori più piccoli?» Altri esempi? «La riforma dei tetti pubblicitari. Guardando un pò più in là, va calcolata anche l' incidenza sul mercato delle Internet company, che si basano quasi completamente sulla pubblicità: allora ci si accorge che il business pubblicitario non sta crescendo abbastanza in fretta per supportare anche loro. In pratica, questo fronte cresce in sottrazione rispetto a quello che c' è già, non in aggiunta. E allora che senso ha la fissazione di tetti pubblicitari ancora più restrittivi?» Insomma, il governo non ne fa una giusta? «Sulle questioni importanti, è latitante. Si parla tanto di WiMax, ma continuano a mancare le regole e quindi il mercato non si sviluppa. Eppure è da anni ormai che tutti gli operatori del settore chiedono una regolamentazione chiara delle frequenze». Per lanciare un dibattito su questi temi, si è perfino imbarcato, per la prima volta in vita sua, nella pubblicazione di una nuova rivista, Release, che comincerà a uscire alla fine di marzo. Servirà? «Lo spero proprio. Non è possibile che in Italia si faccia un gran parlare dei dettagli irrilevanti e si ignorino le questioni serie: fra i costi di ricarica dei telefonini e le regole per la banda larga sul mobile, qual è la questione più importante? La seconda naturalmente. Ma regolatori e ministri parlano solo della prima».

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