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Caos da scrivania? Fa bene agli utili

C' è il minicaos: uno scaffale in un angolo dell' open space, un tabellone pieno di bigliettini, un cassetto nascosto. C' è il caos verticale. Il disordine viene impilato per sembrare armonioso, ammonticchiando in perfetto equilibrio riviste, documenti, grafici e fotografie alla rinfusa. C' è il caos cumuliforme: nel vasto mucchio selvaggio che si allarga sulla scrivania finiscono seppelliti dossier interi, cartelle d' archivio insieme a oggetti di cancelleria e bucce d' arancia. C' è il caos satellitare, quello che viene esiliato lontano, in magazzini esterni all' ufficio per carenza fisica di spazio. E poi c' è il caos ciclico, quello che monta e rifluisce come una marea a intervalli regolari, settimanali, stagionali o perfino annuali, a seconda dei ritmi del lavoro. In ognuno di questi casi c' è sempre un capoufficio, un partner, un collega che cerca di porre rimedio, di contenere o in casi gravi di fare piazza pulita. E' opinione diffusa che un tavolo disordinato danneggi l' efficienza e molte corporation – da General Motors a Ups, passando per Ibm – impongono ai dipendenti la cosiddetta Clean Desk Policy, con tanto di premi e sanzioni rigorose per i trasgressori. Ma i risultati? «In realtà è illusorio pensare di poter eliminare completamente il disordine e molti studi dimostrano che l' ordine imposto dall' alto può addirittura danneggiare la produttività», spiega Maria Vittoria Giusti, psicologa del lavoro e partner nella società di ricerca del personale Mindoor. «Per produrre qualcosa di valido bisogna mettere in moto un processo creativo – fa notare Giusti – che non parte mai dall' ordine». Semmai l' ordine meticoloso può servire come struttura di contenimento a chi si senta insicuro oppure per dare serenità a un capo che si ferma all' apparenza. Ma la sua utilità non è affatto dimostrata. Anzi. Da un sondaggio della società americana PsyMax Solutions risulta chiaro il collegamento fra scrivania caotica e stipendio alto, che relega gli ordinati a un salario inferiore ai 35mila dollari all' anno. Ma allora a che servono gli organizzatori professionali, che ormai nascono come funghi? Negli Stati Uniti sono già 4.000 aziende, riunite nella National Association of Professional Organizers, che sguinzagliano in giro per il Paese squadre lautamente pagate, capaci di fare piazza pulita in poche ore di interi paesaggi cognitivi, radendo selvaggiamente al suolo elaborate montagne di carta e preziose miniere di sapere. Ma anche in Europa l' industria degli organizzatori professionali prospera. Si racconta di un' azienda di Francoforte messa in ginocchio dal passaggio di un simile ciclone: per mesi i dipendenti non sono stati più capaci di trovare le loro carte. Eric Abrahamson, professore alla Columbia University e autore di «A Perfect Mess» (Little, Brown & Co) va ancora più in là: il caos, assicura, fa bene alla produzione. Il disordine, dice Abrahamson, è robusto e adattabile. Il disordine è inclusivo, poiché abbraccia ogni sorta di elementi casuali. Il disordine è narrativo: si può imparare molto sulla gente dai suoi detriti, mentre l' ordine è un libro sigillato. Il disordine è naturale, accade da solo. Invece per mettere ordine ci vuole tempo e fatica. Tempo e fatica sprecati, sostiene Abrahamson: in base ai suoi calcoli, chi ha un tavolo vuoto impiega il 36 per cento di tempo in più per recuperare il materiale che gli serve. E cita la famosa frase di Albert Einstein, re dei creativi disordinati: «Se una scrivania stracarica indica una mente stracarica, che cosa indica una scrivania vuota?»

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