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Il filtro d’argilla per dare acqua ai Paesi poveri

Nel ‘98, quando l’uragano Mitch lasciò l’America Centrale senza acqua potabile, Ron Rivera, un portoricano nato nel Bronx, si mosse in aiuto delle popolazioni colpite, avviando la produzione di massa di un filtro per l’acqua di concezione semplice e antichissima. Il sistema, già noto ai tempi dei maya, consiste in un vaso di argilla impastata con segatura o bucce di riso, tritate finissime. Quando l’argilla è cotta in forno, la materia organica si brucia, lasciando un reticolo di pori sottilissimi, che fanno passare l’acqua, ma trattengono i micro-organismi nocivi. Infine, il filtro viene rivestito d’argento colloidale, che uccide i batteri residui, responsabili della diarrea, la piaga infantile più letale del Terzo Mondo. Inserito in cima a un bidone dotato di un rubinetto alla base, il filtro depura quattro litri d’acqua all’ora. La produzione è anche una buona iniziativa imprenditoriale, perché un laboratorio con tre o quattro addetti può sfornare venti filtri al giorno, che si vendono al prezzo di pochi dollari ciascuno. Sotto l'insegna di Pottery for Peace, Rivera si pose l'obiettivo di aprire cento laboratori in cento Paesi e si mise all’opera: Africa, Asia, America Latina, ovunque c’era bisogno del suo filtro, dalla Cambogia al Ghana, dal Bangladesh alla Nigeria. Proprio qui la storia di Rivera si è fermata: due anni fa ha contratto la forma più grave di malaria ed è morto all’età di 60 anni. Ma il suo filtro ormai cammina da solo. Diffuso da Pottery for Peace, è stato testato da diverse università americane, è consigliato dal manuale di tecnologia di base delle Nazioni Unite, è adottato da organizzazioni come la Croce Rossa, l’Unicef, Oxfam. Finora almeno trecentomila filtri sono stati fabbricati e vengono usati da un milione e mezzo di persone, contribuendo a salvare ogni giorno vite umane che altrimenti andrebbero perdute.