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L’acqua a referendum? Pubblica o privata, basta che arrivi!

Acqua pubblica o privata? L'acqua è una risorsa limitata e, in alcune aree del mondo, scarsa. La quota di esseri umani a corto di acqua era dell'8% (500
milioni) all'inizio del secolo e sarà del 45% (4 miliardi) nel 2050. Ma questa carenza
non è uguale dappertutto: 9 Paesi hanno la fortuna di controllare il 60% della disponibilità globale di acqua dolce e tra questi solo Brasile, Canada, Colombia, Congo, Indonesia e
Russia ne hanno davvero in abbondanza. Cina e India, con oltre un terzo della
popolazione mondiale, devono accontentarsi del 10% dell'acqua dolce e stanno esaurendo le riserve presenti nel sottosuolo. Lo stesso accade in molte grandi città: l'acqua
di Città del Messico viene al 70% da una falda che sarà esaurita nel giro
di un secolo al ritmo di estrazione attuale, tanto che la città sta
sprofondando per l'assottigliarsi della falda.
Situazioni simili si trovano a Bangkok, Buenos Aires e anche a
Barcellona.

In Italia ci si preoccupa di altro: ben due referendum sono in preparazione sul tema, ma nessuno dei due parla di come incentivare l'utilizzo sostenibile dell'acqua con adeguate normative. Oltre un milione di firme sono state
raccolte dal
comitato Acqua Pubblica e saranno depositate oggi in Cassazione per indire un referendum abrogativo di tutte
le norme che hanno sancito l'apertura ai privati nel settore dei servizi
idrici, dalla legge Galli in poi. Antonio Di Pietro, da parte sua, sta raccogliendo le firme per un referendum contro il decreto
Ronchi, che accentua l'approccio di mercato, imponendo entro il 2013 agli enti pubblici di scendere sotto il 40% del
capitale delle società che gestiscono servizi pubblici essenziali, quindi anche le reti idriche.

Tutti e due i referendum ignorano il problema di fondo: gli acquedotti italiani sono un colabrodo e quasi metà dell'acqua che si mette in rete va sprecata nelle perdite (42% in media). In vaste aree del Paese i rubinetti buttano acqua poche ore alla settimana e quindi l'acqua è "privatizzata" per forza: bisogna comprarla dalle autobotti, spesso gestite dalla malavita organizzata, o in bottiglia. Ma nessuno si preoccupa di questa situazione da Terzo Mondo. Anzi, ben vengano le autobotti che portano soldi nelle tasche della mafia. Ben vengano i buchi nei tubi, che spesso servono per attingere abusivamente. Viva l'acqua pubblica, possibilmente gratuita. E continuiamo a farci del male.

Nessuno valuta che per evitare gli sprechi e far uscire acqua potabile dai rubinetti c'è bisogno di impianti di depurazione, distribuzione e misura funzionanti,
che costano. Per coprire questi costi, dare un prezzo adeguato all'acqua
consumata è il modo più equo, altrimenti vanno nella fiscalità generale e il poveretto che consuma due litri d'acqua al giorno sovvenziona il riccone
che si riempie la piscina. Quindi l'acqua non può essere "gratuita", come blatera da anni Riccardo Petrella, guru dell'acqua libera, chiamato incautamente da Nichi Vendola a presiedere l'Acquedotto Pugliese e ben presto cacciato per manifesta incapacità.

L'acqua, dunque, va pagata. O meglio: le infrastrutture che servono per incanalarla, pulirla e distribuirla vanno pagate. Gli italiani la pagano in media 1,1 euro al metro cubo, contro 2 in
Spagna e 5 in Germania. Ma che il sistema sia pubblico
o privato è indifferente: basta che funzioni su regole di mercato. Ci sono sistemi gestiti da enti pubblici in giro per il mondo che funzionano benissimo, perfino in Africa. Altri malissimo, come nel disastro dei rifiuti campani. Con i privati di solito ci sono maggiori garanzie di buona gestione, per ovvi motivi economici, ma non è un passaggio obbligatorio.

Per mantenere l'acqua nel sistema pubblico non servono referendum: basterebbe pagare le bollette e vigilare sull'impiego di quei soldi nella manutenzione dei tubi, non per foraggiare le tasche di questo o quel politico, di questo o quel mafioso, così come succede oggi, senza alcuna obiezione da parte dei promotori dei referendum. L'apertura ai privati discende dalla banale constatazione che il pubblico in Italia fa acqua da tutte le parti, per l'appunto. E che il sistema, così com'è adesso, non funziona.

Resta importante chiarire che l'acqua gratuita incentiva sempre lo
spreco, non il risparmio, e quindi aggrava il problema delle carenze idriche.