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Occhio allo spread fra il greggio europeo e americano

Lo spread tra Bund e Btp agita i sonni degli italiani, ma c'è un altro spread che ci terrà svegli tutti, alla lunga: quello fra il prezzo del petrolio americano ed europeo, che sta facendo andare alle stelle le quotazioni globali di greggio. Solo lo sblocco del petrolio libico potrebbe gettare acqua sul fuoco di questo differenziale.

A Londra, sui circuiti dell'InterContinental Exchange, il Brent europeo in consegna ottobre supera i 110 dollari al barile, mentre sui circuiti del Nymex il West Texas Intermediate, stessa consegna, è sceso sotto quota 84: il differenziale ormai supera i 26 dollari, un record storico, e non si fermerà qui. Il petrolio libico viene raffinato tutto in Europa e quindi influisce sul listino di Londra, non su quello di New York. "La prospettiva che la produzione libica torni a fluire nei tubi ridurrà la pressione sul Brent – commenta Michael Wittner, capo delle materie prime di Société Générale – ma i tempi della ripresa restano un'enorme incognita". Gli analisti prevedono che la battaglia interna al Consiglio Nazionale di Transizione sulla gestione del tesoro nazionale sarà lunga e che il differenziale di prezzo fra le due qualità di greggio sia destinato ad allargarsi, anche fino a 50 dollari al barile.

Abdeljalil Mayouf, portavoce della compagnia petrolifera controllata dai ribelli, l'Arabian Gulf Oil Company, ha dichiarato che "possiamo avviare la produzione in qualsiasi momento, anche senza le compagnie internazionali" e che "non abbiamo problemi con le compagnie occidentali, ma abbiamo difficoltà politiche con la Russia, la Cina e il Brasile". Ahmed Jehani, responsabile della ricostruzione, sostiene al contrario che "i contratti petroliferi antecedenti sono sacrosanti" e che "non verranno fatte discriminazioni politiche di alcun tipo", rassicurando tutti i contendenti, in particolare Cina e Russia. Ma le impostazioni divergenti interne al campo dei ribelli rischiano di allungare molto i tempi di ripresa della produzione. Goldman Sachs prevede 12-18 mesi solo per superare la soglia produttiva dei 500.000 barili al giorno e tempi ancora più lunghi per tornare ai livelli pre-crisi di 1,6 milioni di barili (oggi siamo a 60mila). Wood MacKenzie, società di analisi specializzata nei mercati petroliferi, è ancora più pessimista: stima 36 mesi secchi per ritornare ai livelli pre-crisi. L'esperienza di precedenti conflitti, dalla rivoluzione iraniana del '79 allo sciopero prolungato in Venezuela nel 2002-2003, insegna che alla radice dei ritardi ci sono proprio i contrasti politici in seno ai vincitori, non i danni materiali alle infrastrutture. "La guerra in Iraq dimostra che la ripresa della produzione dipende dall'efficacia della pacificazione nazionale", rileva Lawrence Eagles, capo della ricerca petrolifera di JPMorgan ed ex dirigente dell'International Energy Agency.

La questione è particolarmente importante per l'Italia, che prima della crisi riceveva dalla Libia circa un quarto del suo fabbisogno di petrolio e oltre il 10% dei suoi consumi di gas naturale. I francesi sono convinti di uscire vincitori dalla competizione: già in aprile, secondo indiscrezioni, Total avrebbe concluso un accordo segreto con i ribelli per assicurarsi una quota del 35% della produzione libica di greggio. Paolo Scaroni, numero uno dell'Eni, non ci crede: "Non c'è ragione di cambiare operatori che lavorano lì da anni e conoscono il territorio come nessun altro", ha detto. Ai tempi di Gheddafi, l'Italia era al primo posto nella graduatoria dell'export libico di petrolio, con il 28% della produzione, la Francia al secondo, con il 16%, la Cina al terzo con l'11% e la Spagna al quarto con il 10%. Ma ora Parigi vanta il merito di essere stata la prima a riconoscere il Consiglio Nazionale di Transizione. In realtà, l'unica certezza è che la produzione libica ci metterà diversi anni per essere ripristinata ai livelli pre-crisi. E questo influirà molto sul differenziale di prezzo fra greggio europeo e americano.

Normalmente lo spread è inverso. Il Wti americano viene scambiato a un prezzo superiore in ragione della maggiore leggerezza, del basso contenuto di zolfo e dei costi di trasporto, più alti negli Stati Uniti. Le ragioni che da alcuni mesi hanno spinto al rialzo il Brent sono legate alla persistente instabilità politica del Nord Africa, mentre il petrolio americano ha visto calare le sue quotazioni grazie alle scorte record. La produzione americana e canadese di greggio continua a crescere, ma la crisi economica ha ridotto i consumi e non ci sono abbastanza oleodotti per portare il petrolio del Nord verso i porti del Golfo del Messico. Così i serbatoi di Cushing, il centro di raccolta in Oklahoma che dà il prezzo al Wti, continuano a riempirsi. In Europa, invece, succede il contrario. "A un certo punto, da qui alla prossima estate, il differenziale di prezzo fra Brent e Wti potrebbe raddoppiare", spiega Ed Morse, capo della ricerca sulle materie prime di Citi. Solo lo sblocco del petrolio libico getterebbe acqua sul fuoco. Con il Brent al di sopra dei 110 dollari al barile, non manca l'incentivo finanziario per indurre Tripoli a mettersi d'accordo in fretta con le compagnie. Ma non è detto che lo stimolo sia sufficiente a superare le divisioni.