Indica un intervallo di date:
  • Dal Al
©credits

Le Figi ratificano per prime l’accordo di Parigi

Le Figi sono il primo Paese a ratificare l’accordo per fermare il riscaldamento del clima, raggiunto il 12 dicembre alla Cop 21 di Parigi. Comincia così la corsa alle ratifiche: serve la firma di 55 Paesi su 195, che insieme rappresentino almeno il 55% delle emissioni globali di gas serra, perché lo storico accordo possa entrare in vigore. Le parti che hanno firmato a Parigi dovranno sottoscriverlo a partire dal prossimo 22 aprile, la Giornata della Terra, e adottarlo all’interno dei propri sistemi giuridici entro il 21 aprile 2017, per renderlo giuridicamente vincolante. Con questa mossa, il piccolo Stato insulare del Sud Pacifico ha voluto dare un segnale forte di urgenza a tutti gli altri firmatari, già prima della solenne cerimonia inaugurale, che si terrà alle Nazioni Unite. Dopo il voto in Parlamento – che ha dato all’unanimità il proprio assenso alla ratifica – il primo ministro delle Figi, Voreqe Bainimarama, ha annunciato che volerà a New York per sottoscrivere ufficialmente l’accordo, rispondendo all’appello dell’Onu ai leader mondiali.
Il processo di ratificazione è legato a un filo: a Parigi il testo dell’accordo è stato adottato per acclamazione, ma ora ogni Paese deve applicarlo individualmente perché possa entrare in vigore nel 2020, quando finirà l’estensione del protocollo di Kyoto. E l’esperienza di Kyoto, che ci ha messo otto anni per entrare in vigore, non è di buon auspicio. “Se il 2015 è stato l’anno della creazione del consenso politico per un accordo universale sul clima, il 2016 sarà l’anno dell’attuazione”, ha detto Christiana Figueres, la segretaria dell’Unfcc che ha portato i 195 Paesi all’accordo di Parigi e ora sta cercando di portarli il prima possibile alla sua applicazione. Ma l’anno dell’attuazione è cominciato male, con una sentenza della Corte Suprema che blocca il piano per l’energia pulita dell’amministrazione Obama, proprio alla vigilia delle elezioni Usa, che potrebbero cambiare radicalmente il quadro politico della seconda potenza mondiale, dopo la Cina, in quanto a emissioni climalteranti. La decisione inaspettata ha creato forte incertezza sul futuro immediato del piano di Obama per il clima, che prevede il taglio del 26-28% delle emissioni americane entro il 2025 (rispetto ai livelli del 2005), e di conseguenza sullo storico accordo globale raggiunto a Parigi. La firma di Washington, infatti, è necessaria per raggiungere il quorum che farà scattare l’entrata in vigore dell’accordo. Ma la Casa Bianca ha minimizzato lo stop della Corte Suprema, definendolo “un piccolo contrattempo procedurale”, e ha assicurato la firma degli Usa a New York. Come se non bastasse, la Cop21 ha appena perso il suo presidente, Laurent Fabius, che ha dovuto dimettersi dopo un rimpasto di governo e sarà sostituito dalla ministra dell’Ambiente francese Ségolène Royal. Fabius si era molto speso in questi mesi per dare una spinta alla rapida ratificazione dell’accordo.
Le temperature globali, intanto, continuano a salire. I dati sul clima diffusi dalla Nasa non lasciano dubbi: se il 2015 è stato l’anno più caldo degli ultimi 136 anni, il mese di gennaio appena trascorso è stato il più caldo dal 1880. La temperatura globale ha raggiunto 1,13 gradi in più rispetto alla media del periodo 1951-1980, lo scostamento più alto mai registrato nella storia. Per le Figi, come per gli altri Stati insulari del Sud Pacifico, da Vanuatu a Tonga, l’applicazione delle misure decise a Parigi non è solo una vaga affermazione teorica, ma è questione di vita o di morte: sul loro territorio, infatti, gli effetti del clima che cambia sono arrivati prima e con maggior intensità rispetto al resto del mondo. Già oggi le Figi rischiano la perdita delle più basse fra le 300 isole dell’arcipelago, man mano che l’innalzamento dei mari dovuto all’effetto serra le sommergerà, e ricevono un flusso costante di rifugiati climatici dal vicino Stato di Kiribati, che è ancora più in difficoltà. Quando l’ondata dei rifugiati climatici arriverà anche in Occidente, sarà il primo segnale che non c’è più tempo da perdere.