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Novamont e l’economia del riciclo: la sfida dei sacchetti

All'inizio ci fu Topolino. Il suo faccione sorridente, stampato sul quadrante di un orologino giallo per bambini, fu distribuito in milioni di esemplari. Fece epoca, il primo prodotto italiano in plastica verde, derivata non dalla puzza di petrolio ma dalla fragranza delle pannocchie di mais dei nostri campi. Cominciò così l'avventura della Montedison di Gardini e Ferruzzi nel magico mondo della chimica sposata all'agroindustria. E Catia Bastioli era lì, a inventare la nuova molecola di un materiale mai visto prima e poi a produrre a mano, con il suo team, tonnellate di bioplastica per quella trovata di marketing che fu la prima uscita ufficiale del Mater Bi.

Vent'anni dopo, siamo al divieto dei sacchetti di plastica. Con la nuova normativa, si apre un business enorme per le bioplastiche: fino ad oggi gli italiani sono stati fra i massimi utilizzatori dei micidiali shopper che soffocano i mari del mondo, con un consumo pro capite di 300 pezzi l'anno, oltre 200mila tonnellate complessive, un quarto dei consumi europei. Anche ammettendo una contrazione del 50% per la sostituzione con sacchetti di carta o di stoffa – già osservata in altri Paesi che hanno introdotto normative analoghe – il mercato italiano degli shopper biodegradabili, capaci di sciogliersi in poche settimane e di tornare alla terra, si espande di colpo a 100mila tonnellate. Di questo mercato, almeno il 60% verrà coperto da Novamont, l'azienda di Novara erede del centro ricerche Fertec e dell'orologio di Topolino, che si è attrezzata per far fronte al boom, raddoppiando la produzione in due anni. Non solo per i sacchetti, naturalmente: la plastica verde va alla grande e Novamont produce un biopolimero adatto a mille trasformazioni, dai giocattoli alle stoviglie, dagli imballaggi agli pneumatici, di cui esporta oltre la metà.

Nato dalla grande scuola di scienza dei materiali Montedison, le cui tradizioni risalgono al polipropilene del Nobel Giulio Natta, il centro ricerche Fertec fu affidato a Bastioli, una chimica umbra, con il compito di armonizzare la cultura chimica di Montecatini con quella agroindustriale del gruppo Ferruzzi. Al disastro di Montedison il centro è sopravvissuto come Novamont, una piccola azienda controllata da Intesa SanPaolo, Investitori Associati e per una piccolissima quota dagli stessi fondatori. "Da ricercatori, nel '96 ci siamo trasformati in imprenditori e da allora ad oggi non ci siamo mai fermati", racconta Bastioli. Il breakeven è arrivato nel 2001 e nel 2010 il fatturato ha sfiorato i 90 milioni di euro, per 80mila tonnellate di bioplastiche. Con la riconversione di un nuovo impianto, a marzo si dovrebbero aggiungere altre 60mila tonnellate di capacità. A Terni, dove ha il grosso della produzione, Novamont punta anche sull'impianto Basell, una vecchia conoscenza, erede decotta della gloriosa Himont, gioiello tecnologico della vecchia Montedison.

"Con l'impulso della ricerca verde, la chimica italiana si può ancora rivitalizzare", è convinta Bastioli. Un sogno basato sull'universale riconoscimento di questa eccellenza italiana nel mondo dei materiali verdi, che compete alla pari con colossi mondiali come Basf o DuPont. Bastioli, insignita del premio "inventore europeo" della Commissione Ue, continua a sfornare novità. Dopo il Mater Bi di prima generazione, è arrivato quello di seconda, con una pellicola trasparente sempre più performante. E Novamont ha già in via di sviluppo le prossime cinque generazioni di bioplastiche: si allarga ai lubrificanti e sfrutta le nano-particelle d'amido per produrre con la Goodyear speciali pneumatici con una bassa resistenza al rotolamento, che vanno sulle nuove Bmw. A 53 anni, la signora della bioplastica italiana può ben dire di aver vinto la sua battaglia nel mondo. In Italia è ancora tutto da vedere.