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L’architetto? No, vogliamo l’archistar

«Il meccanismo alla base degli appalti pubblici parte dal presupposto che la progettazione non sia un' attività intellettuale ma un prodotto commerciale, indifferenziato e universalmente vendibile. E' per questo che ormai da 10 anni non esce più un nome nuovo dall' architettura italiana». Per Paolo Portoghesi, come per molti altri colleghi, la crisi di questa attività così centrale per dare un volto al Belpaese sta giungendo a un punto di non ritorno. Eppure si tratta di un settore che, se sfruttato bene, potrebbe replicare i successi ottenuti nella moda e nel made in Italy, con cui ha molti punti in comune. «L' Italia è tradizione architettonica: va solo riconosciuta e trasmessa», commenta Paolo Zermani, uno dei pochi nomi noti fra gli architetti più giovani, che concorda con l' amara diagnosi di Portoghesi. Gli amministratori pubblici invece preferiscono affidarsi a modelli importati dall' estero, spesso del tutto estranei alle caratteristiche tipiche del tessuto urbano italiano, solo per riverniciare i propri programmi con il lustro che circonda alcuni grandi nomi internazionali come star dello spettacolo. «L' architettura italiana – precisa Zermani – esiste da duemila anni sulla base di principi analoghi a quelli da cui esce la nostra eccellenza nello stile delle camicie o nell' olio d' oliva: da un lato la bottega artigiana che privilegia la cura dei particolari, dall' altro il legame con il territorio in cui i suoi prodotti s' inseriscono in maniera armonica. Prodotti che vivono nell' eternità e non nell' improvvisazione come i progetti d' immediata masticazione che ora vanno per la maggiore. Purtroppo, però, ci agitiamo tanto per il prosciutto e il parmigiano ma gettiamo alle ortiche una tradizione urbanistica senza uguali». Che detto da uno di Parma suona particolarmente preoccupante. Il dito accusatore, oltre che sullo star system d' importazione, si rivolge in particolare contro la legge Merloni. «Una riforma – spiega Portoghesi – che da un lato ha introdotto garanzie sacrosante, ma dall' altro ha talmente irrigidito e burocratizzato il processo da bloccare completamente, malgrado le successive modifiche, qualsiasi apporto innovativo dei giovani alla progettazione degli edifici pubblici, togliendo loro le uniche occasioni per misurarsi con opere complesse». C' è chi vede l' inizio della fine nella paralisi intervenuta dopo Tangentopoli, chi colloca la data del disastro proprio in coincidenza con il varo della Merloni, nel ' 94, ma tutti concordano sullo stato miserevole in cui versa la categoria, insieme ai caratteristici paesaggi urbani del Belpaese. Negli anni ' 90 infatti, mentre in Italia il sistema degli appalti pubblici era fermo, in Francia c' era Mitterrand con i suoi progetti faraonici e in Germania sono stati costruiti 300 musei. E siccome la Merloni privilegia chi ha già un' ampia esperienza alle spalle e consistenti fatturati, è naturale che nelle gare internazionali finiscano per prevalere gli studi stranieri, avvantaggiati anche dalle dimensioni. Questo ha portato a una salutare sprovincializzazione, ma spesso anche all' idolatria per edifici che si staccano nettamente da tutto il resto, introducendo una nota del tutto estranea all' identità del paesaggio nostrano. «Gli italiani sono legati a una visione più artigianale che imprenditoriale del mestiere dell' architetto – spiega Zermani – ma in fondo non vedo che male ci sia. Anzi, spesso chi si occupa troppo dei fatturati ha meno testa per la qualità del prodotto». Per non parlare dei giovani, che restano quasi completamente tagliati fuori. «Insomma – rincara Portoghesi – questa riforma, invece che migliorare la situazione, l' ha peggiorata. Negli anni ' 30, ad esempio, Ludovico Quaroni aveva appena 27 anni quando vinse la gara per contribuire all' edificazione dell' Eur, un episodio che al giorno d' oggi sarebbe impossibile. Paradossalmente, sotto un regime antidemocratico si usavano sistemi più democratici di adesso». Del resto basta guardare quali sono i nomi in calce ai grandi progetti in fieri per capire che il grido d' allarme lanciato dagli architetti italiani non è privo di fondamento: da David Chipperfield per il nuovo polo museale dell' area Ansaldo a Milano a Zaha Hadid per il Maxxi (Museo nazionale delle arti del XXI secolo) di Roma, da Norman Foster per la stazione dell' Alta velocità a Firenze ad Arata Isozaki per il palaghiaccio o per la Piazza d' Armi di Torino, da Jean Nouvel per il minimetrò di Perugia o per l' area Fiat di Firenze a Mario Botta per la Scala. «Perfino per la nuova sede della Bocconi sono stati scelti due irlandesi con un concorso su invito: ma che cosa può sapere un progettista che viene da Dublino delle origini urbanistiche della periferia Sud di Milano…», commenta l' architetto milanese ed ex senatore socialista Michele Achilli. Però, viene da dire, non si può mica imporre un dazio ai progettisti stranieri per proteggere quelli di casa nostra. «Ma non è certo quello che chiediamo», risponde Fabrizio Rossi Prodi, ordinario di Progettazione all' università di Firenze e promotore di un recente convegno sull' identità dell' architettura italiana in cui il disagio è emerso con grande evidenza. «Basterebbe organizzare concorsi più sensati, eliminando gli automatismi e le preselezioni basate sul fatturato, che schiacciano gli artigiani meno organizzati, ma magari più bravi», esorta Rossi Prodi. Perché la globalizzazione diventi arricchimento nella pluralità e non omogeneizzazione verso il basso.

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