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Tra sole e geotermia

Per chi vuole vedere un’aquila calva, Stillwater è il posto giusto. Qui, fra le ultime riserve di acqua prima del deserto ai piedi della Sierra Nevada, c’è la più vasta colonia del rapace simbolo degli Stati Uniti. E c’è anche un impianto considerato dal governo americano una grande speranza per lo sviluppo delle fonti rinnovabili, tanto da concedergli un incentivo fiscale di 40 milioni di dollari nel Recovery Act. Stillwater ospita infatti la prima centrale ibrida solare-geotermica del mondo, che associa a 34 megawatt geotermici anche un impianto fotovoltaico da 26 megawatt. Ora a questi primi 60 megawatt se ne aggiungeranno altri 17 termici, da solare a concentrazione.

L’installazione di una vasta distesa di specchi parabolici lineari, con 26.000 metri quadri di superficie riflettente, è cominciata questa settimana, per far entrare in funzione la nuova ibridizzazione entro la fine dell’anno. Alla fine l’impianto sarà in grado di concentrare ben 75 volte la potenza del sole sui tubi ricevitori, in cui scorre acqua in pressione, generando altri 3,6 milioni di kilowattora all’anno, che si andranno ad aggiungere alla produzione attuale. “L’impianto di Stillwater si basa già oggi su una tecnologia innovativa a ciclo binario, che funziona anche con fluidi meno caldi di quelli utilizzati nella geotermia tradizionale, usando liquidi organici come fluido di lavoro, che bollono a temperature più basse dell’acqua in uno dei due circuiti”, spiega Carlo Papa, capo dell’innovazione di Enel Green Power, la casa madre di questa centrale.

“Nella geotermia a media entalpia i rendimenti sono minori, ma le possibilità di sfruttamento del calore sotterraneo aumentano in maniera esponenziale. Ora, grazie alla fusione delle due tecnologie, che permetterà di utilizzare il calore prodotto dal sole per aumentare la temperatura del fluido geotermico proveniente dai pozzi, sarà possibile migliorare il rendimento del ciclo e incrementarne la produzione”, precisa Papa. “Se questo impianto darà i risultati che ci aspettiamo, potrebbe avere delle ricadute rivoluzionarie per tutte le risorse geotermiche del mondo, aprendo un filone completamente nuovo”, fa notare Papa. Per di più, l’utilizzo di acqua demineralizzata come fluido termovettore per la raccolta e il trasporto dell’energia solare, al posto degli oli sintetici comunemente usati negli impianti solari termodinamici, consentirà di avere un impatto ambientale nullo, eliminando i rischi d’incendio, sempre presenti nel solare a concentrazione, o di contaminazione del terreno in caso di perdite accidentali.

Per Enel Green Power, leader mondiale delle fonti rinnovabili con una capacità installata di quasi 9 gigawatt e con oltre 750 impianti in esercizio in 16 Paesi, l’ibridizzazione è una delle forme più importanti d’innovazione tecnologica. “Il potenziamento degli impianti esistenti con l’aggiunta di altre tecnologie rinnovabili, possibilmente complementari, è fondamentale per lo sviluppo dell’energia pulita: incrociare fonti intermittenti come vento e sole con fonti costanti come la geotermia, magari con il supporto di impianti di accumulo, eliminerà le peculiarità che ora potrebbero frenare la crescita di queste fonti e le renderà sempre più competitive”, prevede Papa. La combinazione delle tecnologie rinnovabili nel medesimo sito non soltanto aumenta la produzione di energia pulita, che nel caso di Stillwater sarà di circa 200 milioni di kilowattora l’anno, ma consente anche di avvalersi delle stesse infrastrutture, come ad esempio le linee elettriche, riducendo così ulteriormente l’impatto ambientale.

In questo spirito, Enel Green Power ha appena avviato la costruzione di un piccolo impianto ibrido in Cile, al confine con la Bolivia. Ollagüe, un villaggio arroccato a 3.700 metri d’altezza alle pendici dell’omonimo vulcano, ai margini del Salar de Ollagüe, è caratterizzato da condizioni ambientali estreme, forti venti e un alto irraggiamento. Il villaggio, collocato su una delle poche linee ferroviarie trans-andine ancora in funzione, era il punto di partenza per i minatori che lavoravano nelle miniere di zolfo di Aucanquilcha, le più alte del mondo, chiuse da anni. Non essendo allacciato alla rete elettrica nazionale, Ollagüe può contare solo su poche ore di elettricità al giorno, fornite da un gruppo elettrogeno. Ora, con un sistema composto da fotovoltaico, mini-eolico e un accumulo elettrochimico, gli abitanti potranno finalmente disporre di energia elettrica per 24 ore al giorno, grazie anche al contributo di una società mineraria locale. L’impianto in via di realizzazione, con una capacità produttiva di 460 megawattora l’anno, incluso un sistema co-generativo per la produzione combinata di energia elettrica e acqua calda per la scuola del villaggio, potrà soddisfare il fabbisogno di 150 famiglie. L’apporto di energia rinnovabile compenserà i consumi per l’85% del tempo, limitando l’utilizzo del gruppo elettrogeno a casi particolari, nei soli mesi invernali. Per gli abitanti del luogo sarà un bel progresso. Non resta che studiare un sistema analogo per le nostre isole e applicarlo anche in Italia.

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